
| estratto da"I
VASI OFFICINALI" I Edizione |
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12-30
MARZO 2004
"Parlare, anche brevemente, dei vasi officinali,
significa toccare il cuore della secolare storia della ceramica italiana
e certamente uno dei suoi esiti artistici più significativi,
ma anche penetrare in uno degli aspetti sociali più importanti
della storia dell'arte. Fin dal Medioevo essi erano infatti i contenitori,
dalle fogge e dalle qualità più svariate, di bacche o
erbe guaritrici raccolte da protomedici sapienti e iniziati, di pillole
miracolose inventate da qualche misterioso alchimista, di chissà
quali polveri mescolate tra loro con ricette segretissime per risultati
sensazionali. Involucri magnifici e riccamente decorati di ingredienti
scelti per cercare di lenire le sofferenze della gente, per contrastare
in qualche modo l'avanzare dei morbi (le mortifere epidemie che parevano
flagelli divini o i più comuni malesseri che tormentavano la
quotidianità di ciascuno, derivati magari da carenze igieniche),
che venivano esposti in bella vista su austeri scaffali in legno intagliato
di antiche farmacie, chiusi e misteriosi come inafferrabili vasi di
Pandora. I vasi officinali si pongono dunque storicamente come sottile
ma invalicabile limite tra il paziente, inteso come l'individuo che
soffre e desidera guarire, e l'iniziato, l'unico che conosce i segreti
in grado di risolvere i suoi problemi. In questo senso i vasi officinali
sono sempre esistiti, fin dalla preistoria, cioè, perché
le sofferenze umane da un lato e gli stregoni, o sciamani, oggi i medici,
i soli con il potere di guarire, ci sono da sempre. All'inizio magari
come semplici contenitori, in seguito maggiormente decorati e dotati
di una vernice impermeabilizzante, il cosiddetto smalto stannifero (a
base di ossido di stagno), indispensabile per poter ben conservare i
delicatissimi prodotti contenuti. Alberto Cottino |