estratto da"I VASI OFFICINALI"
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                                 12-30 MARZO 2004
SALA DELLE ARTI
Certosa Reale - Collegno


Introduzione di ALBERTO COTT1NO

"Parlare, anche brevemente, dei vasi officinali, significa toccare il cuore della secolare storia della ceramica italiana e certamente uno dei suoi esiti artistici più significativi, ma anche penetrare in uno degli aspetti sociali più importanti della storia dell'arte. Fin dal Medioevo essi erano infatti i contenitori, dalle fogge e dalle qualità più svariate, di bacche o erbe guaritrici raccolte da protomedici sapienti e iniziati, di pillole miracolose inventate da qualche misterioso alchimista, di chissà quali polveri mescolate tra loro con ricette segretissime per risultati sensazionali. Involucri magnifici e riccamente decorati di ingredienti scelti per cercare di lenire le sofferenze della gente, per contrastare in qualche modo l'avanzare dei morbi (le mortifere epidemie che parevano flagelli divini o i più comuni malesseri che tormentavano la quotidianità di ciascuno, derivati magari da carenze igieniche), che venivano esposti in bella vista su austeri scaffali in legno intagliato di antiche farmacie, chiusi e misteriosi come inafferrabili vasi di Pandora. I vasi officinali si pongono dunque storicamente come sottile ma invalicabile limite tra il paziente, inteso come l'individuo che soffre e desidera guarire, e l'iniziato, l'unico che conosce i segreti in grado di risolvere i suoi problemi. In questo senso i vasi officinali sono sempre esistiti, fin dalla preistoria, cioè, perché le sofferenze umane da un lato e gli stregoni, o sciamani, oggi i medici, i soli con il potere di guarire, ci sono da sempre. All'inizio magari come semplici contenitori, in seguito maggiormente decorati e dotati di una vernice impermeabilizzante, il cosiddetto smalto stannifero (a base di ossido di stagno), indispensabile per poter ben conservare i delicatissimi prodotti contenuti.
La tipologia più diffusa è quella dell'albarello, piccolo vaso nato in Oriente ma fin dal Medioevo diffusosi ampiamente anche in Europa, dove prende le fogge più svariate: pare che in Italia i più antichi siano stati prodotti a Viterbo, con una maiolica arcaica d'ispirazione ispano-moresca. Quasi tutti i grandi maestri maiolicari producevano albarelli: ad esempio l'urbinate Antonio Patanazzi (XVI secolo), di cui si può vedere un'intera collezione di oltre duecento pezzi nella sorprendente, ma affascinante, ubicazione di Roccavaldina (Messina), oppure il ligure Girolamo Merega (1636-1679),
di Albisola, che fornisce nel 1676 quasi cinquecento vasi da farmacia all'ospedale genovese di Pammatone. Tuttora nel Museo degli Ospedali Civili di Genova è conservata una straordinaria collezione di oltre mille vasi officinali, che documenta l'intera storia delle manifatture di Savona e Albisola lunga oltre quattro secoli, dal Cinquecento all'Ottocento. Fortunatamente, tanti altri luoghi, dalle farmacie di San Marco e Santa Maria Novella a Firenze, a quella dell'Abbazia di Monteoliveto Maggiore presso Siena, a quella -d'intatto, secolare fascino- di Palazzo Chigi ad Ariccia, per non parlare poi di luoghi quali il Museo dell'Ospedale di Santo Spirito a Roma, permettono di ammirare raccolte di questo genere sufficientemente intatte e rappresentative, e allora il pensiero corre al capolavoro pittorico che illustra l'antico mestiere dello speziale, la Spezieria di Paolo Antonio Barbieri (1637, Spoleto, Pinacoteca Comunale), in cui un albarello fa bella mostra di sé in primo piano davanti ai vasi di vetro, mentre il giovane farmacista -molto concentrato- pesta nel mortaio
chissà quali miracolose erbe."

Alberto Cottino

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